Antico Ghetto di Roma

Ci sono luoghi di Roma dove basta una breve passeggiata per attraversare oltre duemila anni di storia. Il Ghetto di Roma è uno di questi: tra il Tevere e il Campidoglio convivono le testimonianze della Roma antica, la storia della comunità ebraica e le memorie del Novecento. Il quartiere è facilmente riconoscibile dalla presenza del Tempio Maggiore, la principale sinagoga della capitale, e edificio più rappresentativo del Ghetto di Roma.

  • Dove si trova: zona centrale di Roma, tra il Capidoglio e il Tevere
  • Come arrivare: raggiungibile a piedi da Piazza Venezia percorrendo via del Teatro di Marcello, circa 500 metri; oppure sempre da Piazza Venezia tram 8 fino alla fermata Arenula/Cairoli ed entrare poi in via Santa Maria del Pianto; fermate bus anche su Lungotevere de’ Cenci
  • Quanto tempo dedicare alla visita: essendo uno spazio pubblico, la durata è molto soggettiva, ma se si entra anche nella Sinagoga, almeno 2 ore
  • Sinagoga e Museo Ebraico: da domenica a giovedì 10.00 – 17.00; venerdì dalle 9.00 alle 14.00; chiuso il sabato; la Sinagoga si visita esclusivamente con visita guidata, la visita al Museo Ebraico è autonoma. Eventuali variazioni di orario sono comunicate nel sito internet ufficiale
  • Tappe consigliate: via della Reginella e Piazza Mattei; Museo della Shoah; Sinagoga; scendi all’area archeologica del Teatro di Marcello; fermati a prendere un dolce alla Pasticceria Boccione a via del Portico d’Ottavia

Dove si trova l’antico Ghetto di Roma

ghetto di Roma
Sinagoga al Ghetto di Roma

L’antico Ghetto di Roma coincide oggi con gran parte del Rione Sant’Angelo, tra il Campidoglio e il Tevere, proprio di fronte all’Isola Tiberina.

Nel 1555 papa Paolo IV fece costruire un muro di recinzione per separare la comunità ebraica da quella cristiana, seguendo l’esempio del ghetto istituito a Venezia nel 1516. A differenza di quello veneziano, però, collocato in una zona periferica della città, il Ghetto di Roma sorse in un’area centrale, dove la comunità ebraica viveva già da secoli.

La sua istituzione ebbe conseguenze pesanti per entrambe le comunità. Molte famiglie cristiane dovettero lasciare le proprie abitazioni, destinate ai nuovi residenti del ghetto. Gli ebrei, invece, furono costretti a convivere in uno spazio sempre più ristretto e sovraffollato, una situazione che si attenuò solo dopo la peste del Seicento.

Nel pieno della Controriforma, Paolo IV adottò una politica di controllo delle minoranze religiose e di contrasto a ogni forma di dissenso confessionale. Mentre in Paesi come Spagna e Portogallo gli ebrei vennero espulsi, nei territori dello Stato della Chiesa fu consentito loro di rimanere, ma all’interno del ghetto.

L’obiettivo, però, rimaneva la conversione al cristianesimo. Gli ebrei erano obbligati ad assistere periodicamente alle prediche coatte, mentre a chi si convertiva venivano concessi ampi privilegi.

Storia del Ghetto di Roma

Portico d’Ottavia e Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria
Portico d’Ottavia e Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria

Prima del Ghetto

La presenza della comunità ebraica a Roma è molto più antica dell’istituzione del ghetto. Risale infatti all’età romana e, sebbene nessuna sinagoga di epoca imperiale sia giunta fino a noi — fatta eccezione per quella di Ostia Antica, risalente al I secolo d.C. — catacombe, iscrizioni e fonti scritte testimoniano una presenza continua fino ai giorni nostri.

Tra Medioevo e Rinascimento la convivenza con la popolazione cristiana proseguì senza particolari tensioni. La comunità si distinse soprattutto nel commercio dei tessuti e alcuni dei mercanti più facoltosi divennero banchieri e cambiavalute. Anche nel campo della medicina la comunità ebraica raggiunse posizioni di rilievo: diversi medici ebrei prestarono servizio perfino presso la corte papale. Nel frattempo, la vicinanza al porto sul Tevere contribuì a trasformare l’area del Portico d’Ottavia nel principale mercato del pesce della città, funzione che mantenne fino all’Ottocento.

L’arrivo degli ebrei in fuga dalla penisola iberica suscitò però le preoccupazioni della comunità romana, che temeva un cambiamento degli equilibri economici e politici raggiunti nel corso dei secoli. Per questo chiese a papa Alessandro VI di non accogliere i profughi, ottenendo però una reazione di aperto disappunto da parte del pontefice.

Durante il Ghetto

vicolo Costaguti al Ghetto di Roma
vicolo Costaguti

Con l’istituzione del ghetto nel 1555 cambiarono profondamente i rapporti tra la comunità ebraica e il potere pontificio. L’elezione del cardinale Gian Pietro Carafa al soglio pontificio con il nome di Paolo IV segnò l’inizio di un periodo di oltre tre secoli di confinamento e limitazioni. Il muro che delimitava il ghetto era inizialmente attraversato da tre porte, che divennero cinque e infine otto con l’ultimo ampliamento del 1825.

La comunità ebraica dovette persino sostenere le spese per la costruzione del muro che la separava dal resto della città. La vita quotidiana era regolata dall’apertura e dalla chiusura delle porte del ghetto. Agli ebrei non era consentito possedere beni immobili e dovettero vendere quelli già acquistati; erano inoltre obbligati a portare un segno distintivo e potevano esercitare solo alcune attività commerciali, in particolare quello dei tessuti usati.

La mancanza di spazio costrinse il quartiere a svilupparsi in verticale. Case alte sei o sette piani si addossarono le une alle altre lungo vicoli stretti, creando un tessuto urbano estremamente fitto. Gli edifici arrivavano fino alle sponde del Tevere e le condizioni igieniche erano spesso precarie. Anche le sinagoghe subirono una riorganizzazione: dalle dieci originarie si passò a cinque, riunite in un unico edificio noto come Cinque Scole.

La chiusura

La situazione di degrado era arrivata ad un punto tale che, nel 1870 con il Nuovo Regno d’Italia e l’affrancamento dal controllo papale, si decise per l’abolizione definitiva del ghetto.

Furono demolite le mura di recinzione e gran parte degli edifici ormai fatiscenti. Venne costruito nuovo Tempio Maggiore, che ancora oggi vediamo: un esempio di stile eclettico a Roma, inaugurato nel 1904.

Come tutti sappiamo, questa emancipazione non durò a lungo: nel 1938 le leggi razziali di Mussolini fanno ripiombare di nuovo la comunità ebraica di Roma, e non solo, in un nuovo regime di divieti e restrizioni.

Rastrellamento del 16 ottobre 1943

targa commemorativa di largo 16 ottobre 1943
Largo 16 ottobre 1943

Si arriva così ad una delle pagine più nere della storia recente: dopo il bombardamento di San Lorenzo a luglio 1943 e l’occupazione di Roma, i nazisti si trovano a dover affrontare una comunità ebraica piuttosto numerosa. Il comandante della Gestapo Kappler chiede alla comunità cinquanta chilogrammi d’oro in 36 ore, in cambio gli ebrei non sarebbero stati toccati. A poco servirono i sacrifici, perché il 16 ottobre del 1943 il comandante dà il via ad una operazione di rastrellamento con l’obiettivo di catturare 8000 persone.

Sebbene l’operazione non raggiugesse gli obiettivi fissati dai nazisti, 1022 persone vennero strappate dalle proprie abitazioni per essere deportate nel campo di sterminio ad Auschwitz. Molte di queste persone provenivano proprio dall’antico ghetto, che nonostante non esistesse più, di fatto rimase la zona di riferimento per la comunità ebraica.

Fecero ritorno solo 16 persone, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino, che viveva al civico 2 di via della Reginella.

Il Ghetto oggi

via della Reginella
via della Reginella

Oggi l’area del ghetto, nonostante abbia perso molto dell’aspetto antico a causa delle demolizioni successive al 1870, conserva un’atmosfera sorprendentemente raccolta rispetto al traffico delle grandi arterie che la circondano.

Sicuramente è una zona dove si può gustare la tradizionale cucina giudaico-romanesca, e dove, nonostante la presenza dei turisti, la quotidianità ruota ancora attorno alle usanze della cultura ebraica. Se vieni qui di sabato, ad esempio, è probabile che trovi molti negozi e locali chiusi.

Il nucleo originario, tra l’attuale via del Portico d’Ottavia e il Lungotevere, ha perso completamente l’aspetto chiuso e compatto dell’antico ghetto. Paradossalmente, questa atmosfera si percepisce ancora nell’ultimo ampliamento del 1825, lungo via della Reginella fino a Piazza Mattei, l’unica parte del quartiere rimasta sostanzialmente intatta dopo l’abolizione del ghetto.

Cosa vedere al quartiere ebraico

la porta di Casa di Lorenzo Manilio a via del Portico d'Ottavia
Casa di Lorenzo Manilio
dettaglio della Fontana delle Tartarughe a Piazza Mattei
Fontana delle Tartarughe a Piazza Mattei

La passeggiata al ghetto copre una breve distanza, ma un arco temporale estremamente ampio. Quello che c’è da vedere non riguarda solamente i tre secoli di esistenza del ghetto, ma va indietro nella storia fino all’epoca antica.

Il Teatro di Marcello e il Portico d’Ottavia

Un ottimo punto di partenza per visitare il Ghetto di Roma è il Teatro di Marcello e il vicino Portico d’Ottavia, due monumenti che raccontano la storia della città ben prima dell’istituzione del ghetto.

Siamo nell’età del primo imperatore Augusto. Il Teatro di Marcello, iniziato da Giulio Cesare, fu completato da Augusto e dedicato al nipote Marcello, destinato a succedergli ma morto prematuramente. Per realizzarlo venne addirittura spostato il preesistente Tempio di Apollo Sosiano, di cui oggi sono ancora visibili tre colonne.

Il Portico d’Ottavia prende invece il nome dalla sorella di Augusto e madre di Marcello. Del monumento originario restano alcuni frammenti di colonne e il propileo d’ingresso, profondamente rimaneggiato nel corso dei secoli.

Vale la pena osservare con attenzione ogni dettaglio. Dietro l’arco si apre l’ingresso della Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, costruita direttamente sulle rovine del portico. Aguzzando meglio la vista si può notare anche un’iscrizione medievale che obbligava i pescatori a consegnare ai Conservatori in Campidoglio tutte le teste dei pesci più grandi della lapide stessa. Del resto, si sa, la testa era considerata la parte migliore per preparare una buona zuppa di pesce.

Proprio davanti al Portico d’Ottavia, in Largo 16 Ottobre 1943, si trova anche l’ingresso del Museo della Shoah, a ingresso gratuito, dedicato alla memoria delle deportazioni naziste.

scorcio sul Teatro di Marcello
scorcio sul Teatro di Marcello

La casa di Lorenzo Manilio

Proseguendo lungo via del Portico d’Ottavia si incontrano alcune delle abitazioni più antiche del quartiere. Tra queste spicca la Casa di Lorenzo Manilio, uno degli edifici rinascimentali più curiosi di questa zona.

Nel 1468 Lorenzo Manilio, mosso da un profondo amore per la città, trasformò la facciata della propria abitazione in un omaggio all’antica Roma. La decorò con frammenti archeologici e fece incidere un’iscrizione che ricorda il suo desiderio di preservare e celebrare la grandezza della città.

È un dettaglio che spesso passa inosservato, ma racconta bene il legame tra la Roma rinascimentale e il suo passato antico, un filo conduttore che accompagna tutta la passeggiata nel quartiere.

Via della Reginella e Piazza Mattei

Per ritrovare l’atmosfera dell’antico ghetto ti consiglio di percorrere via della Reginella, che faceva parte dell’ultimo ampliamento del 1825. A differenza del nucleo originario del quartiere, profondamente trasformato dopo l’abolizione del ghetto, questa zona conserva ancora l’impianto urbano storico, con vicoli stretti e case addossate le une alle altre.

Alla fine della via si apre la raccolta Piazza Mattei, dominata dalla Fontana delle Tartarughe, una delle più eleganti fontane rinascimentali di Roma. La sistemazione della piazza e la realizzazione della fontana furono finanziate dalla famiglia Mattei, che qui possedeva il proprio palazzo. L’opera, progettata da Giacomo della Porta e realizzata da Taddeo Landini, è oggi uno dei simboli più riconoscibili del quartiere.

Il Tempio Maggiore e il Museo Ebraico

L’ultima tappa della passeggiata è il Tempio Maggiore, la principale sinagoga di Roma e uno dei simboli più riconoscibili del quartiere. Inaugurata nel 1904, sorse dopo l’abolizione del ghetto, quando la comunità ebraica poté finalmente realizzare un luogo di culto monumentale che testimoniasse la ritrovata libertà.

Oltre alla sinagoga è possibile visitare anche il Museo Ebraico di Roma, che conserva opere d’arte, oggetti liturgici e documenti dedicati alla storia della comunità ebraica romana, una delle più antiche d’Europa. La visita permette di approfondire le vicende conosciute durante la passeggiata al Ghetto e di comprendere meglio il legame tra il quartiere e la sua comunità.

Le Pietre d’Inciampo

pietre d'inciampo al Ghetto di Roma
Pietre d’Inciampo

Per le strade del Ghetto di Roma ricordati di guardare anche ogni tanto a terra ai lati della strada.

Noterai spesso alcuni sampietrini in ottone incisi con dei nomi: si tratta delle Pietre d’Inciampo (Stolpersteine), opera dell’artista tedesco Gunter Demnig.

Attraverso una grande ricerca d’archivio Demnig, partendo da Colonia nel 1995, ha posto queste pietre di fronte alle abitazioni degli ebrei deportati, una per ogni vittima, a voler simbolicamente restituire lo spazio domestico e la dignità perduti ad ogni cittadino.

Il progetto è arrivato a Roma nel 2010, ma è ancora in corso e coinvolge tutta l’Europa.

Il Ghetto di Roma non è soltanto uno dei quartieri più suggestivi della città. È un luogo dove la memoria continua a dialogare con il presente e dove ogni strada racconta una storia diversa: quella dell’antica Roma, della comunità ebraica, delle persecuzioni e della rinascita. Percorrerlo con calma significa imparare a leggere questi diversi livelli della città, andando oltre l’immagine più conosciuta del quartiere.

Claudia Pettinari autrice ArtWanderlust

Autrice dell’articolo

Claudia Pettinari, guida turistica a Roma e dintorni, storica dell’arte e educatrice museale.

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